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Per difetto

 

Deborah Graziano - Per difetto

 Il lavoro di DG ruota essenzialmente su alcune invarianti stratificate: l’identità e l’inconscio, il corpo e la natura come strumenti simbolici e autobiografici.

Jacques Ranciere parlando del rapporto tra estetica ed inconscio, analizza i testi di Freud su alcune figure artistiche e letterarie per trarne il rapporto tra pensiero e non-pensiero, un segno come lui sottolinea per in

scrivere il pensiero estetico in quello analitico, al di là del terreno clinico. Ranciere ovviamente descrive come estetica il campo del pensiero che si impegna ad affermare che le cose dell’arte appartengono alla costruzione delle idee. Designa il dominio della conoscenza sensibile, chiara ma confusa - come egli stesso ribadisce- che si oppone alla conoscenza chiara della logica.

Deborah Graziano stratifica e rintraccia segnali cercando, con immagini fotografiche, ritratti e autoritratti, o ricorrendo al calco di parti del corpo, per ritrovare il soggetto della sua arte, un’appartenenza simbolica ad un vissuto che attraverso l’azione plastica cerca la sublimazione. Usa qualsiasi materiale e object - trouvé attraverso un linguaggio operativo al limite dell’automatismo, che rappresenta la natura solo nel momento in cui la trasforma e che è determinata dal senso del suo agire. E questo regime rappresentativo avviene sotto forma di un pensiero che, evitando la narrazione, si limita all’esercizio di un atto che si impone alla materia passiva.

La radice simbolica delle sue opere trova origine nel profondo non senso della vita bruta o nell’incontro con la potenza dell’inconscio. E questo a riprova che non esiste una via positivistica per una lettura del viaggio nelle profondità oscure della vita e del ricordo.

Crea uno spazio in cui la sofferenza trova visibilità e diventa una componente fantasmatica che non può essere rimandata al nulla delle chimere, ma ribadisce l’importanza nel progetto creativo di tutte le manifestazioni dello spirito, delle sue fantasie e aberrazioni.

Lo spazio simbolico che ne deriva è essenzialmente legato al mettere insieme le unità delle parti che lo compongono, essendo il simbolo riconoscibile in quanto aliquid stat pro aliquo. La ricongiunzione del significante col significato è sempre incompleta. Ogni qualvolta l’osservatore si pone difronte ad una sua opera, ad un suo segno, ciò viene tradotto ed interpretato differentemente, divaricando il significato che fa scoprire qualcosa di più e che rinvia ad una ricongiunzione con l’origine.

Un altro aspetto che permane è anche quello legato con un file-rouge ad un’idea di moderna classicità. Le spine che si curvano in lunghi tragitti nelle sale espositive riscrivono lo spazio come dissoluzione della compattezza del mondo. Come in Ovidio e Lucrezio la realtà fisica viene dissolta con leggerezza e affrancata dalla sua matericità. La concretezza fisica devia in potenzialità imprevedibili ed il vuoto - come nel video della crisalide del baco da seta - è altrettanto concreto che i corpi solidi.

Mentre la” merda di artista” di Manzoni si basava sul mistero del simulacro, quella della Graziano costruisce un percorso di inciampo. La forma delle singole sculture si declina senza un’apparente logica in svariate possibilità plastiche, occupando caoticamente il nostro spazio, individuale e sociale.

Per un principio di condensazione ed espansione, le sue opere costruiscono l’architettura espositiva con sezioni di corpi che si modificano attraverso l’inserzione di elementi naturali, un tronco o un ramo di acacia. Una libertà che trova nella ibridazione di ambiti differenti il fondamento metamorfico.

Cartoni e scatole, impregnati in strati di cera e materiali organici, conferiscono un aspetto orrifico, al limite del disgusto, ma che ben interpretano quella parte pulsionale che in ognuno di noi prende forma in vario modo e che si presenta come ciò che nega o limita la libertà attraverso l’asimmetria, la deformità e lo sfiguramento. Così facendo Deborah Graziano accanto alla leggerezza dei materiali, apre un inquietante sguardo verso ambigui e multiformi aspetti del reale. Rifugi costruiti con reti e lamiere creano possibilità utopiche di architetture possibili, conferendo allo spazio la monumentalità del paesaggio.

 Massimiliano Scuderi